Giulia Minore, la figlia segreta di Ovidio

È stata, insieme alla madre, la spina nel fianco dell’imperator et divus Augustus. Una spina che oltre ad aver punto i cuori di molti uomini della gaudente epoca imperiale ha segnato, nel più atroce dei modi, la vita del poeta Publio Ovidio Nasone.

Vipsania Julia Agrippina, meglio nota come Giulia Minore, nacque nell’Urbe nei primi mesi del 18 a.C., secondogenita di Marco Vipsanio Agrippa, vir rusticitati propior quam deliciis, ovvero “uomo più vicino alla rudezza che alla raffinatezza” e della scandalosa Giulia Maggiore, Augusti filia e della matrona Scribonia che fu considerata dagli storici dell’epoca gravis femina et mulieris dignitatem, ma dalla quale il pater patriae divorziò perché “disgustato dalla perversità dei suoi costumi”.

Sembra che la nipote del severo e fascinoso arbitro dei destini di Roma, non fosse bellissima anche se, a giudizio del “civettuolo” Ovidio, aveva “la pelle dorata tendente a un indecifrabile corvino chiaro e una voce d’incanto, quasi da sirena”. Dopo aver vissuto una gaia fanciullezza fatta di affettuose attenzioni e di casti insegnamenti come, per esempio, il filar la lana, convolò a nozze il 4 a.C. con il figlio di Cornelia Scipione, il console Lucio Emilio Paolo, illustre e aristocratico romano appartenente alla famiglia dei Lepidi. A sedici anni era già genitrice di Emilia Lepida: questa tanto auspicata maternità, però, non pose fine al cromosomico desiderio di libertà, di lusso e di sfrenato sesso che la fanciulla aveva ereditato, de facto, dalla disinibita madre alla quale fu risparmiata la damnatio memoriae che avrebbe previsto l’immediata eliminazione del suo nome, delle sue sculture e dei suoi ritratti (nome et effigies privatis ac publicis locis demovendas) in tutto l’imperium.

Lo stile di vita sfarzoso e i vizi della blasonata puella, però, sfidarono apertamente lo sguardo torvo e i poteri assoluti del pronipote ed erede di Gaio Giulio Cesare il quale aveva fatto promulgare diverse leggi come la lex Iulia de adulteriis coercendis per cercare di frenare il luxus del ceto aristocratico e per provare a rigenerare moralmente l’intera società romana stanca delle guerre e desiderosa soltanto di vivere e di godere. Come primo, sinistro avvertimento, il “Sublime” Augusto fece radere al suolo la vasta e sontuosa villa adornata di colori ocra, blu e rosso pompeiano che la sua discendente omnibus probris contaminatae, ovvero “contaminata da ogni sozzura”, si era fatta costruire sulla tenue altura del Palatino: questa mossa, però, non fu sufficiente a far placare i piaceri carnali di Julia minor che, per i suoi ostentati “flirt”, non disdegnò neppure homines minimi come un nano di nome Conopa.

Significativa, a tal proposito, è la testimonianza tramandataci da Publio Cornelio Tacito in base alla quale la stessa dea minor interrogò una prigioniera del popolo reziano sulle presunte libertà sessuali di cui, si diceva, godessero le donne bavaresi. La schiava le rimbrottò cinicamente: ”Noi offriamo la nostra amicizia di coscia molto meglio di voi romane, perché intessiamo rapporti con uomini migliori, mentre voi vi fate sedurre dai più ignobili”. L’anno di grazia per la figlia di colei che la Storia ha equiparato a nuova Venere o, meglio, ad Afrodite Genitrice però, fu l’8 d.C.; intorno alle vesti di seta dell’affascinante e seducente patrizia, infatti, si raccolsero ben presto una nutrita schiera di uomini brillanti tra cui il giovane senatore Decimo Giunio Silano il quale, coinvolto come primo attore nelle sue orge, le causò la forzata relegazione, prima temporanea e poi perpetua, nell’allora pressoché deserta isola di Trimerum (o Trimerus, l’odierna San Nicola), situata nell’arcipelago perigarganico delle Insulae Diomedeae.

minore01Tuttavia, contrariamente agli amanti dell’exemplum licentiae imperiale, Silano ebbe miglior sorte: non fu esiliato o condannato con editto del Senato, ma, “anomalia” giuridica del caso, indotto al “volontario esilio” dall’Urbe con la grave imputazione di sacrilegio e di lesa maestà, gravi nomine laesarum religionum ac violatae maiestatis che, tradotto dal burocratese alla vita quotidiana significava “privato dell’amicizia del potentissimo imperatore capitolino ornato con l’alloro dei lidi ispani”.

Di questo ennesimo scandalo ne fece le spese, pur senza colpe e per il resto dei suoi giorni, proprio Ovidio, uno degli intellettuali più in auge di quel periodo. Purtroppo, quando ogni cosa sembrava sorridere all’elegante e passionale autore dell’Ars amatoria, lo stesso fu colpito da un editto, un moto personale di Augusto (mai revocato neppure da Tiberio), che ne spezzò la fortunata carriera e lo costrinse a una vera e propria relegatio a Tomi, una piccola cittadina di nessuna importanza economica o militare ubicata sui lidi del Ponto Eussino (l’attuale Costanza, sulle coste del Mar Nero); è bene precisare che dal punto di vista politico e giuridico, l’avamposto militare di Tomi si trovava, come le altre colonie greche confinanti, sotto il protettorato romano, ma la sua difesa veniva assicurata dal regno dei Traci, che possedevano, in nome di Roma, la terra della Dobrogea, l’antica Scythia Minor.

Anche se si trattò di una punizione che, a differenza dell’exilium, non prevedeva la perdita dei diritti di cittadino e la confisca dei beni, il cantore elegiaco nativo di Sulmona rimase tristemente isolato in una terra selvaggia e inospitale preda degli Sciti, temibili arcieri delle steppe campioni di violenze e razzie ma anche creatori di un potente Stato a nord del Mar Nero. Strazianti gli ultimi momenti che precedettero l’allontanamento coatto del cavaliere peligno da Roma caput mundi e da Fabia, sua terza, consecutiva moglie: “Piangevo, e la moglie amorosa piangendo mi abbracciava e una pioggia di lacrime le bagnava le guance. Tre volte toccai la soglia, tre volte mi sentii trattenuto, e il piede si faceva più lento. Più volte avevo detto addio, ma ancora a lungo parlavo, e come se partissi davo gli ultimi baci. Addio Roma, non mi rivedrai più vivo. Vivrò nei secoli”.

A tutt’oggi sono ufficialmente ignoti i motivi congiunti al severo provvedimento augusteo anche se il raffinato scrittore di “poemetti erotici” parla, enigmaticamente nei distici (Trist. 2, 207-208), di due colpe legate al suo triste declino: “Due le cause della mia rovina: un carme e un errore per un accadimento la cui colpa devo celare”.

minore02Nel carmen deve essere certa l’allusione all’Ars amatoria, il suo sensualissimo best-seller erotico in tre libri sull’amore che, contemporaneamente alla condanna, venne ritirato dalle biblioteche pubbliche: trattato che, a giudizio del principe “divinizzato”, aveva contribuito a mutare la figura dell’austera mater familias della tradizione romana in una donna libera ed emancipata. Riguardo all’error, l’ipotesi più verosimile è che il vigintivir Ovidio sia stato coinvolto – come testimone o addirittura complice – in uno scandalo di corte che il divi filius aveva tutto l’interesse a mantenere segreto: l’amplesso multiplo tra Giulia Minore e un certo numero di quiriti tra i quali, appunto, Decimo Giunio Silano.

Così, nei Tristia, riferirà sull’accaduto il sensuale rimatore abruzzese: “Perché io ho veduto? Perché ho reso colpevoli i miei occhi? lo sono punito per il fatto che i miei occhi, ignari, hanno veduto una colpa”. La possibile soluzione, però, ce la porge su un piatto d’argento l’epistolografo e vescovo di Alvernia, appartenente all’alta aristocrazia gallo-romana, Gaio Sollio Sidonio Apollinare che, in un quattro modellati versi (carm. 23, 158-161), così testamenta: “e te per i tuoi carmi erotici noto, dolce Nasone, e relegato a Tomi, un tempo alla donna amata, figlia di Cesare, dal falso nome di Corinna troppo sottomesso”. I versi istituiscono una correlazione tra l’esilio a Tomi di Ovidio e la sua frequentazione, in anni lontani, di una “donna amata, figlia di Cesare” da lui apostrofata con il falso nome di Corinna, ficto nomine subditum Corinnae. La Corinna ovidiana, dunque, altri non è che Giulia, l’unica figlia nata dal sangue di Octavius e la sua cadetta, Giulia Minore, la possibile figlia “segreta” di Ovidio.

Accostamento e ricostruzione logica talmente reali, tanto da portare, negli Amores (I, 13), proprio la firma di uno spregiudicato Ovidius Naso ventitreenne che così presenta ai lettori romani la sua Corinna, “regina del piacere”: “sensuale, indipendente e infedele”. E aggiunge: sposata con un uomo più vecchio di lei “disfatto dalla vecchiaia”. Sempre nello stesso componimento, ma qualche verso prima di quello dianzi citato (I, 4), compiacendosi della bellezza fisica dell’amata la descrive nei particolari più intimi: “i capelli biondo rame, lunghi e lucenti e fini come i veli dei Seri scuriti dal sole o come il filo che il ragno tende con gracili zampe, le spalle ben tornite, i seducenti capezzoli che vogliono essere titillati, la pancia piatta sotto i seni perfetti…”. Un’istantanea, questa, così particolareggiata da non lasciare dubbi sulla vera identità estetica della donna: Giulia Maggiore.

minore03Ma torniamo alla di lei figlia. Secondo un’amara e acuta sentenza dell’eques Gaio Svetonio Tranquillo, nonostante le buone ambasciate e i lauti contributi concessile sottomano da Livia Drusilla (formalmente quale ostentazione di pietà, misericordiam erga adflictos palam ostentabat), longeva terza moglie del princeps definita non a caso da Caligola, per la sua astuzia persistente Ulixes stolatus, ovvero Ulisse in gonnella, a Giulia Minore non fu mai permesso di abbandonare le “cinque perle dell’Adriatico” e di tornare a Roma; è ancora il segretario ab epistulis dell’imperatore Adriano a informarci che il caput orbis Augusto vietò espressamente che le fosse riconosciuto e allevato un figlio naturale partorito dopo il suo arrivo sugli scogli fondati dal potente e invincibile re di Argo: ma di questo ipotetico erede nato, con buona certezza con qualche malformazione fisica e per questo motivo esposto (ovvero abbandonato, secondo la consuetudine di quel periodo, su un piccolo cumulo di spazzatura), all’infuori del rifiuto dell’ex triumviro all’accoglimento del fanciullo in seno alla famiglia imperiale, non esistono altre notizie certe.

Anche su questo punto, fino a oggi oscuro, gli storici ma soprattutto gli studiosi si sono domandati perché il carismatico vendicatore di Gaio Giulio Cesare indirizzò così crudelmente la propria furia su quel neonato che la provocante principessa avrebbe dato alla luce alle Tremiti. Di chi era la paternità dell’infante? Sicuramente non dell’Arvale Lucio Emilio Paolo; se così fosse stato non avrebbe dovuto ordinarne l’esposizione in quanto prole legittima del di lei consorte. Più plausibile, invece, che il cinico monarca Augustus ne abbia stabilito la soppressione per una precisa esigenza: salvare, attraverso il salvabile, la ragione di Stato. Intanto era pressoché certo che il bimbo era stato concepito alle Diomedee e non a Roma prima dell’arresto e della condanna a morte del coniuge di Giulia Minore ed era quindi acclarato che fosse figlio di un primitivo asceta con le fattezze del sileno acquartierato dalla sorte in quelle asperrime “gemme” del Mare Superum e poi (il motivo più importante) lasciare in vita un bambino (per giunta disabile) di sangue “giulio” avrebbe potuto creare, un domani, motivo di serio imbarazzo e giusta rivendicazione dello stesso verso gli altezzosi e proteiformi componenti della dinastia Giulio-Claudia.

statua-di-publio-ovidio-nasoneJulia minor, invece, a detta del naturalista Gaio Plinio Secondo, conosciuto come il Vecchio, non rinunciò alla sua nomea di “femme fatale” neppure sui lembi di terra scagliati in mare, secondo la leggenda, dall’eroe greco discendente di Adrasto; durante i quattro lustri di prigionia nella villa costruitale quasi a strapiombo sullo scoglio vivo riuscì a instillare la sua voglia di evasione nei gangli dello schiavo Numida, infingardo carceriere tremitese. Con la forza di seduzione e il savoir faire erotico che le erano propri e con la promessa, una volta toccata terra, dell’elargizione di un cospicuo gruzzolo di bronzei sestertium, indusse il secondino a liberarla e a tentare con lei la fuga, su una rudimentale zattera, verso la vicina costa dauna; purtroppo, però, a causa di una brusca tempesta i tronchi del pontone cedettero e i due morirono annegati. Il solo corpo di Giulia fu recuperato, alcuni giorni dopo il naufragio, dai pescatori del luogo e dal 28 d.C., cioè dal regno di Tiberio a oggi, le spoglie della maliarda nipote del sibaritico pontifex maximus, causa il suo alto rango, riposano in un arcosolio tutt’ora decifrabile posto tra i ruderi e i mitologici platani della sua stessa villa ubicata nell’area cimiteriale dell’isola di San Nicola.

Dieci anni prima di lei, il 18 d.C., nel rigido esilio di Tomi, aveva staccato il biglietto di sola andata per l’aldilà Publio Ovidio Nasone, suo presunto padre. Passerà alla storia della letteratura latina non soltanto per il suo stile ornato e ammiccante, per la sua forte tendenza all’erotismo e alla ricercata galanteria ma anche per la totale libertà e la sfrontatezza dei suoi scritti che erano in aperta contraddizione con i propositi di restaurazione morale del pater familias Augusto, insuperabile araldo della morigeratezza altrui e del perbenismo di facciata ma alternativamente libertino in privato tanto da essere etichettato, dai legionari, al pari del suo prozio, “moglie di tutti i mariti e marito di tutte le mogli”.

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