Cecco d’Ascoli, l’Abruzzese

Francesco Stabili, il “martire della scienza”, venne alla luce in un prato, ad Ancarano.

La Storia lo ha trasmesso ai posteri con il nome di Cecco d’Ascoli ma per l’anagrafe era e rimarrà Francesco Stabili. Il 16 settembre di 680 anni fa, in un pomeriggio freddo e ventoso, legato a un palo nero, con le braccia immobilizzate lungo i fianchi, cosparso di zolfo e di olio, l’umanista, il poeta, ma soprattutto il “martire della scienza” nativo di Ancarano moriva arso vivo insieme ai suoi libri su un patibolo posto fuori Porta alla Croce a Firenze.

… sua “madre andando ad certe solenne feste ad imitazione dell’antique, perché opinione certa è che qui fosse già il tempio di Anchera dea: nacque in questo gaudio ne’ prati colui che in (un) prato doveva morire”.

In queste parole di monsignor Angelo Colocci, annotate da Renato Del Ponte e citate nel suo libro “Dei e miti italici”, è racchiusa l’origine abruzzese (e la morte) dell’autore dell’ Acerba, poema in sesta rima in dialetto ascolano rimasto incompiuto all’inizio del V canto. Di Cecco d’Ascoli si sa che fu un grande scienziato e un eminente occultista e questa, con buona certezza, dovette essere la vera causa della sua inutile condanna a morte da parte dell’Inquisizione; una leggenda, invece, afferma che sia riuscito a sfuggire alle fiamme del rogo in virtù dei suoi straordinari poteri ma i documenti ufficiali non lasciano aperto nessuno spiraglio in proposito.
“Nacque in questo gaudio ne’ prati…”. La madre di Francesco, dunque, iniziò ad avere le doglie davanti allo spazio verde che circondava il tempio della dea Ancaria e che si trovava, in quel tempo, proprio nell’attuale territorio di Ancarano: e qui, non potendo tornare velocemente a casa, dovette partorire. E’ in questo luogo, quindi, secondo quanto riferisce nel Codice Vaticano 4831 il presbitero jesino Colocci, governatore di Ascoli Piceno per conto di papa Adriano IV, che il filosofo-poeta venne alla luce.
La madre di Cecco era quindi “devota” alla dea Ancaria, la quale veniva venerata dagli abitanti del territorio piceno come “Signora degli Animali”, sempre stando a quanto testamenta monsignor Colocci nel Codice Vaticano documento, questo, ritrovato e fatto conoscere da Giuseppe Castelli nel 1892.
Una ricorrenza, quella in onore della divinità femminile in questione, che cadeva nel mese di ottobre e che nonostante fosse di carattere orgiastico, aveva i suoi “affezionati” come sottolinea Febo Allevi in “Con Dante e la Sibilla”. A distanza di secoli, questa solennità continua a essere onorata ad Ancarano sempre nello stesso periodo, essendo stata sottratta al rito pagano e sostituita con quello cattolico della Madonna della Pace.
Ed è proprio grazie alla citazione di questa festa – non essendoci riscontri certi sulla nascita di Cecco ma il solo riferimento della presenza della madre ai riti della dea Ancaria – insieme con l’anno, 1269, che si è riusciti a collocare verso la metà del mese di ottobre, il periodo solare nel quale sarebbe nato Francesco Stabili.
Di qui la diatriba tra storici e ricercatori. Secondo Antonio De Santis, nella sua opera “Ascoli nel Trecento” , parlando della nascita di Francesco Stabili di Simone ad Ancarano dice che si tratta solo di una leggenda poiché la famiglia Stabili, benestante – si pensa che il padre potesse essere un cerusico o un notaio e comunque molto conosciuto in città – aveva a Porta Romana, il suo quartiere, una rua dedicata, “rua degli Stabili” che attualmente non esiste più così come è stata distrutta la probabile abitazione per far spazio a un nuovo palazzo. Lo stesso Cecco nell’Acerba, infatti, fa riferimento alla sua città natale parlando del Tronto e del Castellano, del Colle S.Marco e del Polesio (ora Ascensione) e non di Ancarano.
Verità o leggenda, i biografi più accreditati, a 680 anni dal suo trapasso, continuano a mettere in relazione la nascita di Cecco d’Ascoli con la cittadina abruzzese di Ancarano.
Della sua vita di scienziato, invece, si hanno fonti certe.
cecco03Francesco Stabili dopo aver ricevuto la sua istruzione ad Ascoli Piceno nell’università del convento dei minori francescani si trasferì a Salerno dove conseguì la laurea in medicina per poi trasferirsi a Firenze dove avviò importanti contatti e scambi culturali con gli stilnovisti Dante, Francesco Petrarca, Cecco Angiolieri e Dino Compagni. Tutti facevano parte della setta dei Fedeli d’Amore e si proponevano di esaltare la “sophia”, la divina sapienza, cioè, attraverso rime che le mettevano al riparo dal giudizio dell’Inquisizione.
Sembra inoltre che Cecco abbia viaggiato con Dante e che con lo stesso sia stato a Parigi mentre con Guido Cavalcanti pare sia andato a San Giacomo di Compostela prima di arrivare a Bologna nel 1324 per insegnare medicina e astrologia, materie che a quel tempo non erano distinte. L’amicizia con l’Alighieri, però, s’incrinò quando giudicò la Commedia frutto di pura fantasia tanto da scrivere, di rimbalzo, l’Acerba dove contrapponeva alla “falsa” scienza dantesca, la sua formazione e il suo sapere filo arabi, dall’esigenza totalizzante, di derivazione tomistica, che a quell’opera anima e pervade.
Petrarca ha dedicato a Cecco persino un sonetto: ”Tu sei il Grande Ascolan che il mondo allumi/ per grazia de l’altissimo tuo ingegno;/ Tu solo in terra di veder sei degno/ esperienza degli eterni lumi…”
Non ci sono molti dubbi sulla sua morte avvenuta, sembra, il 16 settembre 1327; qualche perplessità sulla data nasce dal fatto che il calendario fiorentino non corrispondeva a quello in uso comune: a Firenze il nuovo anno iniziava il 25 marzo anziché il 1 gennaio. Stabilito questo, è stato semplice rimettere le cose al loro posto anche perché esistono documenti e annotazioni in base alle spese fatte per la sua condanna ed esecuzione. I costi che sono stati appuntati riguardavano le copie fatte fare per avere la prima condanna di eresia a Bologna, per la redazione della nuova condanna e per liquidare l’inquisitore, frate Accursio dè Bonfantini, il suo segretario e il dovuto di un pranzo per quattro sbirri.
Cecco è stato descritto dai suoi biografi come un uomo dalle grande personalità, fine oratore, dotato di un fisico imponente e di una carica magnetica eccezionale. La sua fama di filosofo e astronomo veniva legata a quella di mago, indovino, alchimista, negromante e per questo votato alle forze occulte e diaboliche che lo portarono al rogo. Certo è che nei suoi confronti più della magia poté l’invidia, in particolare quella del medico fiorentino, suo collega e insegnate a Bologna, Dino Del Garbo.
cecco04Questi era venuto a conoscenza della prima condanna di Francesco dovuta ai suoi insegnamenti sul commento sopra la Sfera di Sacrobosco, ritenuti eretici dall’inquisitore domenicano Lamberto da Cingoli e sanzionata con la rimozione dalla cattedra, la confisca e bruciatura dei libri, e penitenze come la confessione generale dei propri peccati, la recita quotidiana di trenta Paternostri e trenta minoriti oltre a 70 lire bolognesi di ammenda. Un addebito che se ripetuto lo avrebbe portato al rogo. Del Garbo ne era edotto e quando Cecco lo accusò di plagio per un commento di Galeno di Pergamo che il clinico fiorentino si attribuiva, questi lo mise in cattiva luce con il duca Carlo di Calabria che aveva assunto l’ascolano nel suo seguito quale medico di corte ed era quindi sotto la sua protezione. Una copertura che si era già incrinata quando l’abruzzese di nascita, che non era solito fare divinazioni, pronosticò alla figlia del duca, Giovanna, allora di soli due anni, un futuro di “disordinata lussuria”. Un oroscopo non gradito dal nobile ma che invece trovò fondamenti e conferme nella Storia. La sentenza metteva in risalto gli errori di Cecco contro la fede, le eretiche falsità, l’aver tratto l’oroscopo persino su Gesù Cristo e di essersi ostinato a divulgare il suo commento su Alcabizio e sulla Sfera di Sacrobosco. Argomentazioni forzate e senza riscontro concreto, senza prove tanto da trasformare l’accusa di stregoneria in eresia grazie agli argomenti filosofici che sosteneva contrari alla dottrina cattolica dell’epoca. Cecco nella sua difesa cercò di dimostrare la conciliabilità fra le sue idee e quella della Chiesa, ma senza esito. La sua morte venne ritenuta necessaria per quei tempi, quale ammonimento per chi diffondeva le idee contrarie alla morale della Chiesa.
Una fine atroce che forse non gli diede neppure il tempo di pronunciare la frase che la leggenda vuole egli abbia detto mentre il suo corpo era in preda alle fiamme: “l’ho detto, l’ho insegnato, lo credo!”.

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