Montepulciano d’Abruzzo, il nettare della terra di Ovidio

Duemila anni fa questo grande vino simbolo della terra dannunziana veniva consumato libando alle anime dei morti.

Il vino è un fondamento storico del Mediterraneo, il segno maggiormente visibile e distintivo della civiltà fiorita nel primo millennio a.C. per opera dei greci e diffusa poi dall’impero romano.
Uno dei primi nettari d’eccellenza menzionati già nei papiri egizi risalenti al III sec. a.C. è l’Hadrianum, il vino prodotto nell’ager Praetutianum, situato a sud della zona picena che comprendeva, così come oggi, il territorio della splendida città di Atri, in provincia di Teramo.
Più tardi, nel II libro degli Amores (16, 1 – 10) del sulmonese Publio Ovidio Nasone, che descrive la natia area peligna come terra ferax Ceresis, multoque feracior uvae (ovvero fertile di grano e ancor più fertile di uva), il Montepulciano d’Abruzzo entrerà a pieno titolo nella storia della Roma caput vini. “Volli spesso smorzare il mio fuoco con il vino, ma l’ebbrezza accresceva ed era fuoco nel mio fuoco”: con questo alato verso il lascivus cantore elegiaco, perfetto interprete della salottiera Roma imperiale, sublimava la convergenza tra il “sangue” della sua terra, il Montepulciano d’Abruzzo appunto, e il fuoco, elemento naturale che unisce il calore del mondo alla passione e all’ardore degli uomini.
Da Ovidio in poi, dunque, il vinum e Bacco (il dio romano che gli antichi credevano generato due volte, la prima da Semele, la dea della Terra, e la seconda dalla coscia di Zeus) diventano i vigorosi simboli dell’Urbe, non tanto per bontà o virtù ma, de jure et de facto, in quanto le legioni dell’imperator et divus Augustus obbligavano tutti i popoli sottomessi a piantare la sacra vitis vinifera prima di ogni altra coltura. Un vincolo, questo, frutto soprattutto di un sotteso e mirato calcolo politico: la vite, infatti, era l’emblema della forza, della durata e della stabilità dell’occupante.
Prima di Gaio Giulio Cesare Ottaviano un altro abile condottiero aveva tessuto le lodi sulle proprietà salutistiche del vitigno principe d’Abruzzo: Annibale Barca. Nel 216 a.C., transitando lungo gli itinera callium, all’indomani della vittoria di Canne ottenuta proprio sui Romani, il leggendario generale cartaginese usò il nettare rosso rubino prodotto nella futura Regio IV Samnium per curare e guarire i suoi cavalli dalla scabbia ristorando, nel contempo, le gole assetate delle sue milizie polverose.
montepulciano02Plinio il Vecchio, poi, nella sua Naturalis Historia (XIV, 67) definisce “pregiati” e addirittura “masticabili”, ovvero molto strutturati (e quindi ricchi di tannini), i vini prodotti nella zona adriatica citando testualmente quelli di Ariminum, Ancona e il Pretunian.
Anche lo scriba quaestorius Quinto Orazio Flacco assevera i concetti sensoriali descritti da Plinio specificando che il Montepulciano d’Abruzzo degustato nei triclinia dell’imperium era fumido, raramente limpido e che spesso veniva filtrato con un passino (colum) dagli haustores, i sommeliers dell’epoca.
Non poteva mancare, infine, il giudizio autorevole dell’epigrammista di Bilbilis, Marco Valerio Marziale, il quale pur non accodandosi al circolo dei lusingatori e nel confermare fondamentalmente la valenza delle uve abruzzesi, si sofferma sugli ottimi metodi di irrigazione che, a suo dire, sostituivano il “sarchiello” rendendo molto aspri i vini peligni e quindi degni di essere bevuti nei bronzei calix soltanto dai liberti.

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