Gabriele d’Annunzio e Tazio Nuvolari, eroi dall’indomito coraggio
Gabriele d’Annunzio e Tazio Nuvolari, diversi ma in fondo uguali. Entrambi eroi del loro
tempo, creatori, o meglio, ideatori di uno stile di vita unico e, forse, “inimitabile”.
Il primo, poeta e romanziere di eccezionale successo, seppe interpretare alla perfezione il
ruolo del raffinato cesellatore di mitologie contemporanee divenendo l’esponente più
emblematico del Decadentismo italiano; il secondo, di statura piccola e di corporatura
segaligna quanto il primo aveva la pelle color bronzo, il viso scarno e longilineo dal
lungo mento vistato da due occhi neri guardinghi e vivissimi che impressionavano soltanto
quando era al volante delle varie Ansaldo, Chiribiri, OM, Bugatti, Maserati, Alfa Romeo,
Auto Union, Cisitalia e Ferrari, ovvero su uno dei succitati bolidi che è riuscito a
portare al successo. Fuori dalla pista, però, il “figlio del vento”, l’autore di tante vittorie
impossibili (su tutte va doverosamente menzionata quella ottenuta il 28 luglio 1935 al
Nurburgring dove, pur alla guida della meno potente Alfa Romeo tipo B P3/3167, riuscì a
imporsi sulle più titolate Mercedes Benz e Auto Union), era una persona semplice; parlava
con la tipica cadenza mantovana e, spesso, bisticciava con l’italiano. Da sempre, tuttavia,
il nome di Tazio Nuvolari è sinonimo di leggenda: nelle 229 presenze collezionate in
altrettante gare automobilistiche, ben 66 volte ha tagliato per primo il traguardo.
Il 28 aprile 1932, esattamente undici giorni dopo il sofferto trionfo a Montecarlo, nel Gran
Premio di Monaco, corso da “Nivola” su Alfa 8C 2300, il destino lo fece incontrare con
l’istrionico esteta abruzzese, paladino anch’egli dall’indomito coraggio.
Fu d’Annunzio, a onor del vero, a “pigiare sull’acceleratore” per propiziarsi l’abbraccio con
il grande pilota. “Domani – scrisse il Vate pochi giorni prima del già citato 28 aprile
all’allora questore e futuro prefetto del Regno d’Italia, Giovanni Rizzo – romperò la
clausura avendo telegrafato all’onorevole Prospero Gianferrari di venire a colazione con il
prode Nuvolari”. E così fu.
Il dispaccio del voluttuoso principe di Monte Nevoso fu immediatamente recapitato al
consigliere delegato della casa del Portello: la visita avvenne al Vittoriale degli Italiani,
durò sette ore e si svolse in un’atmosfera di schietta cordialità. Le mani di Gabriele
d’Annunzio e di Tazio Nuvolari, quasi attratte da un reciproco magnetismo di gloria si
strinsero amichevolmente tanto che, per l’occasione, il fotografo bresciano Dante Bravo,
unico “signore della luce e dell’ombra” presente nella piazzetta Dalmata del dorato eremo
gardesano poté ritrarre i due eroi seduti sul predellino di un’Alfa, la nuovissima (per
quell’epoca) berlina 6C 1750.
Nella sala del Cenacolo, a suggello dell’incontro con “Folgore, il legionario degli
autodromi” (così l’alato Ariel aveva ribattezzato il Campionissimo) il Comandante di Fiume
regalò all’Uomo del vento questa dedica-ritratto: “A Tazio Nuvolari del buon sangue
mantovano, che nella tradizione della sua razza congiunge il coraggio alla poesia, la più
tranquilla potenza tecnica al più disperato rischio e infine la vita alla morte nel cambio della
vittoria”.
Pochi minuti dopo, nella stanza del Lebbroso
(chiamata anche Cella dei puri Sogni e delle
pure Imagini, in quanto luogo estremo di raccoglimento e meditazione) l’Orbo veggente
fece giurare al Mantovano volante di vincere la Targa Florio in Sicilia.
“Quando corro – gli replicò prontamente il campione –, corro per vincere. Questo glielo
giuro… vedrà, andrò forte”. Nivola tenne fede alla sua solenne promessa trionfando nella
XXIII edizione del circuito sito nell’isola del Gattopardo. I giornalisti, entusiasti, scrissero:
“Anche senza i comandamenti dannunziani, Tazio Nuvolari è l’Asso degli assi”.
Dopo quel successo, l’austriaco Ferdinand Porsche, talento riconosciuto fra i più versatili e
fecondi della storia dell’automobile, lo definì “il più grande pilota del passato, del presente
e del futuro”.
Al momento del commiato da Gardone Riviera, dopo aver compiuto con lo stesso Nuvolari
una rapida corsa sulla Gargnano-Riva, brindato ai suoi successi con lo champagne Piper
Heidsieck e avergli fatto assaporare alcuni ghiotti marrons glacés, d’Annunzio donò alla
“freccia mantovana” una tartarughina d’oro, forgiata da Renato Brozzi, “caro e grande
animaliere” di Traversetolo.
Per Folgore quel dono sarà un inseparabile talismano nell’avventura del “più alto e più
oltre” tanto che lo volle ricamato, in varie fogge e misure, sulla sua maglia gialla da corsa;
lo fece imprimere finanche sulla carta da lettera personale e sulla carlinga dell’aereo
Saiman usato per i celerissimi trasferimenti da un circuito all’altro. Ironica e quanto mai in
antitesi con l’oggetto portogli, la dedica dell’Imaginifico: “All’uomo più veloce del mondo,
l’animale più lento”.
C’è, però, sempre in proposito, un particolare molto interessante: il pilota irriducibile,
impetuoso e audace è stato uno dei pochi uomini, anzi, forse l’unico, ad aver avuto in
dono dal Pescarese altre due “inezie squisitissime”, ovvero altre due piccole tartarughe.
Alla prima, in oro, ricevuta, come già detto, direttamente dalle mani del Poeta ne
seguirono una seconda e una terza, entrambe d’argento, uscite dalla gioielleria milanese
di Mario Buccellati che furono consegnate a Nivola dal collaudatore dell’Alfa Romeo,
Pietro Bonini il quale le ebbe, a sua volta, il 2 maggio 1932, da un collaboratore dello
stesso d’Annunzio correlate dalla seguente dedica: “Nelle mani di Pietro Bonini dell’Alfa da
quelle di Gabriele d’Annunzio dell’Omega”.
Il “porfirogenito” Gabriele (ossia “nato dalla porpora”, titolo riservato ai discendenti
dell’Imperatore di Bisanzio e che l’Abruzzese si ascrisse motu proprio) si congedò dalla
vita terrena il 1° marzo 1938 dopo aver glorificato se stesso e la sua esistenza con aromi
esilaranti ed ebbrezze eroiche; il “siluro” per antonomasia della Mille Miglia, invece, si
spense all’alba dell’11 agosto 1953 nella sua casa di viale delle Rimembranze, a Mantova.
Lo pianse il mondo intero e lo fece anche per quel suo stile di guida unico; in curva non
ricorreva ai freni, ma puntava con decisione il muso della vettura contro il muro. Inoltre
aveva sempre un gomito imbottito in modo da fare perno su di esso, imprimendo così una
straordinaria forza centrifuga a un acrobatico moto rotatorio in dérapage che lasciava
sbalorditi spettatori e concorrenti. Il suo segreto consisteva nello spingere al massimo là
dove gli altri mollavano, tanto che il suo motto era “rallentare è pericoloso”, un vero e
proprio inno alla velocità.
Così come il capitano Nemo di Verne, il principe degli anelli è rimasto nel cuore e nella
fantasia delle folle grazie a quell’aria misteriosa di eroe romantico e solitario che, sfidando
il destino, rischiava la morte ogni volta che si metteva al volante; fu, in buona sostanza,
l'unico corridore automobilistico che seppe ispirare “la poesia, l'arte, la letteratura e
persino la melodia della sua epoca”.
Regina di Miele 2011 - IX Edizione - 24 e 25 settembre 2011 - Tornareccio (CH)