Regina di Miele 2011 - IX Edizione - 24 e 25 settembre 2011 - Tornareccio (CH) [...]

Sulle orme di Giulia Minore

In viaggio verso le Insulae Diomedeae dove, dal 28 d.C. a oggi, sono custodite le spoglie della dissoluta nipote dell’imperator et divus Augusto. La sua sfacciata libidine causò a Ovidio l'esilio forzato.
di Stanislao Liberatore
01.02.2008 08:00

È stata, insieme alla madre, la spina nel fianco dell’imperator et divus Augustus. Una spina che, oltre ad aver punto i cuori di molti uomini della gaudente epoca imperiale, ha segnato nel più atroce dei modi la vita del poeta Publio Ovidio Nasone.
Vipsania Julia Agrippina, meglio nota come Giulia Minore, nacque nell’Urbe il 19 a.C., secondogenita di Marco Vipsanio Agrippa, vir rusticitati propior quam deliciis, ovvero “uomo più vicino alla rudezza che alla raffinatezza” e della scandalosa Giulia maior, Augusti filia e della matrona Scribonia dalla quale il pater patriae divorziò perché “disgustato dalla perversità dei suoi costumi”.
La nipote dell’onnipotente e fascinoso Ottaviano non era bellissima anche se, a detta del "civettuolo" Ovidio, aveva “la pelle dorata tendente a un indecifrabile corvino chiaro e una voce d’incanto, quasi da sirena”. Dopo aver vissuto una gaia fanciullezza fatta di affettuose attenzioni e di casti insegnamenti come, per esempio, il filar la lana, indossò l'abito color paglierino e convolò a nozze il 4 a.C. con il console Lucio Emilio Paolo, illustre e nobile romano appartenente alla famiglia dei Lepidi. A sedici anni era già genitrice di Emilia Lepida: questa tanto auspicata maternità, però, non pose fine al cromosomico desiderio di libertà, di dissacrazione, di lusso e di sfrenato sesso che la fanciulla aveva ereditato, de facto, dalla disinibita madre.
Lo stile di vita sfarzoso, la procacità degli atteggiamenti e i vizi dorati della blasonata pulzella, infatti, sfidarono apertamente lo sguardo torvo e gli illimitati poteri del pronipote di Gaio Giulio Cesare il quale aveva fatto promulgare diverse leggi come la lex de adulteris che puniva con l’esilio a vita la moglie infedele e il suo amasio e obbligava il marito o il padre alla denuncia dell’adultera o, ancora, come la lex Iulia de vestitu et habitu che aveva l’intento di frenare il luxus del ceto aristocratico e provare a rigenerare moralmente l’intera società romana stanca delle guerre e desiderosa soltanto di vivere e di godere.
Come primo, sinistro avvertimento, Augusto fece radere al suolo la vasta e sontuosa villa adornata di colori ocra, blu e rosso pompeiano che la sua discendente “contaminata da ogni sozzura” si era fatta costruire sul Palatino: questa mossa, però, non fu sufficiente a far placare i piaceri carnali di Julia minor che, per i suoi ostentati “flirt”, non disdegnò neppure homines minimi come un tale Conopa. Significativa, a tal proposito, è la testimonianza tramandataci da Publio Cornelio Tacito in base alla quale la stessa “dea minor” interrogò una prigioniera del popolo reziano sulle presunte libertà sessuali di cui, si diceva, godessero le donne bavaresi. La schiava le rimbrottò cinicamente: “Noi offriamo la nostra amicizia di coscia molto meglio di voi romane, perché intessiamo rapporti con uomini migliori, mentre voi vi fate sedurre dai più ignobili”.
L’anno di grazia per la figlia della “nuova Afrodite”, però, fu l’8 d.C.; intorno alle vesti di seta dell’affascinante e seducente patrizia, infatti, si raccolsero ben presto una nutrita schiera di uomini brillanti tra cui il giovane senatore Decimo Giunio Silano il quale, coinvolto come primo attore nelle sue orge, le causò la forzata relegazione nell’allora isola deserta di Trimerum (o Trimerus, l’odierna San Nicola), situata nell’arcipelago delle Insulae Diomedeae.
Contrariamente agli amanti dell’exemplum licentiae imperiale, però, Silano ebbe miglior sorte: non fu esiliato o condannato con editto del Senato, ma soltanto “privato dell’amicizia del potentissimo imperatore capitolino ornato con l’alloro dei lidi ispanici”, che tradotto dal burocratese alla vita quotidiana significava il “volontario esilio” dall’Urbe.
Di questo ennesimo scandalo ne fece le spese, pur senza colpe e per il resto dei suoi giorni, Ovidio, uno degli intellettuali più in auge di quel periodo. Purtroppo, quando ogni cosa sembrava sorridere all’autore dell’Ars amatoria, lo stesso fu colpito da un ordine di Augusto (mai revocato neppure da Tiberio), che lo costrinse a una vera e propria relegatio a Tomi, l'attuale Costanza, sulle coste del Mar Nero. Anche se si trattò di una punizione che, a differenza dell’exilium, non prevedeva la perdita dei diritti di cittadino e la confisca dei beni, il cantore elegiaco nativo di Sulmona rimase tristemente isolato in una terra selvaggia e inospitale preda degli Sciti, popolazione totalmente analfabeta che viveva soltanto di violenze e razzie. A tutt’oggi sono ufficialmente ignoti i motivi congiunti al severo provvedimento augusteo anche se il raffinato scrittore di “poemetti erotici” parla, enigmaticamente, di due colpe legate al suo triste declino: carmen et error. Nel carmen deve essere certa l’allusione all’Ars amatoria, il suo trattato sull’amore libertino che, contemporaneamente alla condanna, venne ritirato dalle biblioteche pubbliche: trattato che, a giudizio del principe “divinizzato”, aveva contribuito a mutare la figura dell’austera mater familias della tradizione romana in una donna libera ed emancipata. Riguardo all’error, l’ipotesi più verosimile è che Ovidio sia stato coinvolto - come testimone o addirittura complice - in uno scandalo di corte che il divi filius aveva tutto l'interesse a mantenere segreto: l’amplesso multiplo tra Giulia Minore e un certo numero di quiriti tra i quali, appunto, Decimo Giunio Silano. Così, nei Tristia, riferirà sull’accaduto il rimatore peligno: "Perché io ho veduto? Perché ho reso colpevoli i miei occhi? lo sono punito per il fatto che i miei occhi, ignari, hanno veduto una colpa”.
Secondo un’amara e acuta sentenza di Caio Svetonio Tranquillo, nonostante le buone ambasciate e i lauti sostegni materiali concessile clandestinamente da Livia Drusilla, terza moglie del princeps, a Giulia Minore non fu mai permesso di abbandonare le “cinque perle dell’Adriatico” e di tornare a Roma; è ancora il segretario dell’imperatore Adriano a informarci che Augusto vietò espressamente che le fosse riconosciuto e allevato un figlio naturale partorito dopo il suo arrivo sugli scogli fondati dal potente e invincibile re di Argo: ma di questo ipotetico erede esposto, all’infuori del rifiuto del triumviro all’accoglimento del fanciullo in seno alla famiglia imperiale, non esistono altre notizie certe.
A detta di Gaio Plinio Cecilio Secondo, storicamente conosciuto come “il Vecchio”, invece, Julia minor non rinunciò alla sua nomea di “femme fatale” neppure sui lembi di terra scagliati in mare, secondo la leggenda, dall’eroe greco Diomede; durante i quattro lustri di prigionia nella villa posta a strapiombo sullo scoglio vivo riuscì a instillare la sua voglia di evasione nei gangli dello schiavo Numida, infingardo carceriere tremitese. Con la forza di seduzione che le era propria e con la promessa, una volta toccata terra, dell’elargizione di un cospicuo gruzzolo di sestertium, indusse il secondino a liberarla e a tentare con lei la fuga, su una rudimentale zattera, verso la vicina costa dauna; purtroppo, però, a causa di una brusca tempesta i tronchi del pontone cedettero e i due morirono annegati.
Il solo corpo di Giulia fu recuperato, alcuni giorni dopo il naufragio, dai pescatori del luogo e dal 28 d.C., cioè dal regno di Tiberio a oggi, le spoglie della maliarda nipote di Ottaviano Augusto, causa il suo alto rango, riposano in un arcosolio tutt’ora decifrabile posto tra i ruderi e i mitologici platani della sua stessa villa ubicata nell’area cimiteriale dell’isola di San Nicola.

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